Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler (1862-1931), figlio di un medico e medico egli stesso, fu definito da Freud il suo «doppio», capace di sapere «per intuizione – ma in verità a causa di una raffinata percezione di sé – tutto ciò che io con faticoso lavoro ho scoperto negli altri uomini.» Racconti e novelle come Morire (1892), Fuga nelle tenebre (1912-17), Il ritorno di Casanova (1918), il monologo interiore La signorina Else (1924) e il romanzo Therese (1928) sono la perfetta mediazione letteraria tra questa capacità analitica e nuove tecniche di narrazione da essa derivanti. Ma il ruolo di «doppio» freudiano si addice in particolare all’autore per il teatro, che seppe mettere in scena le contraddizioni della morale borghese, i fantasmi e i tabù della società viennese dalla fine del secolo agli anni di guerra e della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Anatol (1893), Reigen (1903), Professor Bernhardi (1912), sono drammi o episodi teatrali incentrati sul rapporto tra psicologia e morale (del singolo e delle masse), tra sessualità e ipocrisia, tra liberalismo e antisemitismo. Fink und Fliederbusch (1917), un’opera più tarda pubblicata qui per la prima volta in italiano a cura di Fabrizio Cambi, porta letteralmente in scena il «doppio», amara metafora del relativismo che non risparmia neppure le intime certezze del singolo.

Pubblicato per Analogon:

Fink e Fliederbusch