Hermann Bahr

Hermann Bahr

Hermann Bahr (Linz 1863-Monaco 1934) fu il fautore del movimento “Jungwien”, che negli anni ’90 dell’Ottocento, dai tavoli del Café Griensteidl di Vienna, teorizzava e dava voce alle nuove tendenze della letteratura austriaca e tedesca (Hofmannsthal, Schnitzler, Altenberg tra gli altri) partendo dalle posizioni del Naturalismo e cercando di superarle in un processo (influenzato dalla psicanalisi nascente) che in breve porterà all’Espressionismo. Fu autore di un enorme numero di saggi letterari, studi monografici, indagini sociologiche (una serie di interviste sull’antisemitismo, ad esempio), romanzi e drammi. Studente ribelle e rivoluzionario, in gioventù visse i suoi anni dell’irrequietezza con vigore eroico, nell’esaltante contesto bohemién della Vienna di fine secolo. Proprio in quegli anni conobbe e frequentò Hugo Wolf, come e più di lui scheggia impazzita nella conservativa società artistica dell’Austria tramontante. Negli scritti dedicati a Wolf (qui tradotti per la prima volta in italiano, come anche il dramma Il povero pazzo), Bahr rievoca i giorni trascorsi con Wolf, con il quale per qualche tempo condivise anche un appartamento. Memorabile l’evocazione di Wolf che a lume di candela, come uno spettro incarnatosi solo nella potenza delle parole, legge agli amici pagine dei suoi libri prediletti. Altri saggi tentano una difficile mediazione critica tra il linguaggio di Wolf e il sistema estetico di Bahr, che spazia dall’arte dei nervi di origine francese, al tardo-barocco austriaco, all’espressione di quella visione basilarmente cattolica che secondo l’autore accomunerebbe Bruckner, Wolf e Mahler (quest’ultimo spesso visto come un misterioso “Hugo Wolf in nero”, due facce dello stesso “Kreisler” per un Giano che incarna il principio demoniaco dell’arte). 

Anni dopo, nella sua fase più borghese di intellettuale e drammaturgo affermato, entrò in contatto con il compositore agli antipodi di Wolf, Richard Strauss, dedicatario de Il Concerto. Una collaborazione operistica tra i due non andò in porto: ci resta un gustoso epistolario, con la figura di Weingartner – possibile modello del pianista Heink – che incombe come bestia nera. I brillanti scritti di Bahr su Strauss, qui proposti in traduzione, sono altrettanto illuminanti. L’accalcarsi ai festival straussiani di una massa critica e acritica di personaggi equivoci in cerca di esperienze alternative, osservato da Bahr, è già un assaggio della degenerazione dell’arte fruita come rito new age, quasi una secolarizzazione in chiave piccolo-borghese della non meno pericolosa sacralità del fenomeno Bayreuth.


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