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FRANK WEDEKIND | IL CANTANTE DI CORTE Tre scene - Con gli scritti di Karl Kraus su Hugo Wolf

Frank Wedekind - Il cantante di corteCollana Docudrama | 2015 | pp. 156 | ISBN 9788898630141 | brossura | € 16,00

 

A cura di Erik Battaglia

Nelle opere presentate qui in traduzione, il dramma Der Kammersänger di Frank Wedekind (1864-1918) e gli scritti su Hugo Wolf di Karl Kraus (1874-1936), prende forma con contorni diversi lo spirito del tempo polemico e dissacratorio della Vienna a cavaliere dei due secoli, in entrambi i casi con la musica come potente mezzo di contrasto.

Mittner parla del dramma di Wedekind (1897) come di un «efficacissimo atto unico, tre sole scene, densissime, spietate e pure di una sorprendente levità giocosa … L’avventuriero wedekindiano questa volta è non solo valorizzatore dei falsi bisogni artistici della sua età, ma è anche vittima delle sue reali doti artistiche. È un genio, il genio del canto … ma è scoperto dall’industria dell’arte, cui si deve vendere se vuole esplicare le sue doti – ed il genio non può non voler esplicarle, perché è un invasato dal proprio genio. Il nostro cantante è obbligato per contratto a non sposarsi mai ed a non farsi accompagnare da nessuna donna nelle sue ininterrotte tournées; tutte le sue ammiratrici sono sue vittime; egli stesso è vittima della propria arte a cui crede e non crede: la musica che canta gli è indifferente e sa che fra pochi anni non avrà più voce e quindi – non sarà più artista. L’atto, ottimamente costruito, spassoso ed amaro, è forse la cosa migliore di Wedekind, perché è certamente la sua cosa più lieve.»

Hugo Wolf (1860-1903), di cui Karl Kraus si erge qui a difensore d’ufficio dalle colonne della sua rivista Die Fackel, appartiene alla tipologia opposta, quella dell’artista a tutto tondo, l’artista creatore alieno da ogni compromesso che, proprio per questo, l’industria dell’arte tende a espellere, almeno fino a che il genio è in vita. Coincidenza vuole che in quello stesso 1897 in cui Wedekind scrive (e ambienta) il suo dramma, Wolf vive il suo personale dramma, con il collasso nervoso dovuto al progredire dell’infezione sifilitica contratta in gioventù, la follia e il primo ricovero. Ma neppure la catastrofe umana che lo colpì, protrattasi per altri cinque anni di straziante agonia, gli risparmiò la furia dell’establishment culturale viennese, in particolare quella di Max Kalbeck, uno dei pretendenti alla successione del trono di Hanslick. Nei suoi scritti, ugualmente taglienti nei confronti dei nemici di Wolf e di coloro che (come Hermann Bahr, a suo parere) usavano opportunisticamente le memorie di un’amicizia, Kraus dà libero sfogo alla sua fantasia rapsodica per inscenare la tragedia postuma di Wolf tra le quinte eccedenti del teatro a cielo aperto di Vienna. Memorabili, in tal senso, gli “atti” di un surreale processo sommario in cui, nella ricostruzione immaginaria di Kraus, gli outsider Bruckner e Wolf vengono torturati per ordine del «Giudice Supremo» (Hanslick):

«Il Giudice Supremo chiede:

Hugo Wolf, ti dichiari colpevole di aver evocato con i tuoi Lieder lo spirito di Mörike, che già dormiva nella storia della letteratura?

Hugo Wolf sfuria, strepita e crea.

Bisogna renderlo docile.

Hugo Wolf viene messo a tacere.»

Copertina: Tiziana Valente


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