«Bute» di Pascal Quignard | La Repubblica, Benedetta Craveri

Pascal Quignard - La RepubblicaIL SENSO DI QUIGNARD PER LA LETTERATURA

Non è certo facile racchiudere Pascal Quignard in una formula, tuttavia mi domando se quella di "uno dei più importanti romanzieri francesi" con cui l'Accademia di Francia a Roma annuncia la sua presenza a Villa Medici oggi alle 19 e 30, sia la più persuasiva. Prix Goncourt 2002 per Le ombre erranti (Gallimard). Quignard è senz'altro uno dei più importanti scrittori francesi, ma si sottrae alle definizioni e alle codificazioni di genere. In tutta la sua vastissima opera - una cinquantina di volumi tra romanzi e saggi - talento narrativo, virtuosismo stilistico, erudizione, provocazione intellettuale, indagine esistenziale e acribia filologica procedono infatti strettamente intrecciati sotto il segno di una scrittura frammentaria, asistematica, speculare a un pensiero che si cerca.

Quignard stesso è esplicito sulle sue intenzioni: «Cerco di scrivere un libro dove rifletto leggendo. Ammiravo in modo assoluto ciò che hanno tentato Montaigne, Rousseau, Stendhal, Bataille. Mescolavano il pensiero, la vita, l'invenzione, il sapere come se fossero un'unica cosa». Quignard è ancora poco conosciuto nel nostro paese, tuttavia è doveroso ricordare che la prima delle molte, importanti iniziative critiche a lui consacrate sia stata il convegno bolognese organizzato nel 1998 da Adriano Marchetti (Pascal Quignard: la mise au silence, Champ Vallon, 2000). Ma cerchiamo di entrare nel laboratorio dello scrittore sul filo della lettura del suo ultimo racconto, Boutès di cui egli parlerà a Villa Medici. Il punto di partenza è il celebre affresco tombale del "Tuffatore" di Paestum che risveglia in Quignard il ricordo di un altro tuffatore di cui si narra nelle Argonautiche di Apollonio Rodio. La nave Argo, si legge nel IV canto, sta veleggiando lungo la costa campana e l' equipaggio sarebbero pronto a rispondere al richiamo delle Sirene se Orfeo non impugnasse il plèttro, sovrastando con la sua musica la loro «musica di perdizione». I marinai riprendono a vogare, ad eccezione di Bute che si lancia in mare. Com'è sua abitudine, a partire da questa traccia mitica, lo scrittore costruisce un percorso a ritroso che vuole risalire agli albori della coscienza umana, restituendo alle parole chiave del racconto il loro significato originario. Abbiamo colto l' occasione della sua visita per rivolgergli qualche domanda. Pascal Quignard, che significato ha per lei la storia di Bute? «Esistono tre grandi miti greci sulle sirene. Quello di Orfeo che inventa la musica strumentale e ha ragione del canto animale con il ritmo e l' armonia. Quello di Ulisse che escogita una soluzione sadomasochista abbastanza singolare: per ascoltare la musica si fa legare mani e piedi all'albero della nave da dei marinai a cui ha tappato le orecchie con la cera. E, infine, il mito assai meno noto di Bute, che è il solo a non avere paura della musica di perdizione e salta in mare per raggiungere l'isola delle sirene e per morirvi. È un ritorno al mondo liquido da cui l'uomo ha tratto origine». Cosa si intende per musica di perdizione? «È una musica che esercita una triplice azione. Organizza il silenzio, "desincronizza" il tempo, ed è un'esplosione selvaggia di canto. È l'uragano: il silenzio pesante che la precede, la "desincronizzazione" tra ciò che si vede e ciò che si sente, il fulmine, lo stupore e infine il silenzio appagato che segue». Musicista, organista, violoncellista, lei parla spesso della musica silenziosa della lettura. «Per me anche il silenzio dei libri è una musica. Quando leggiamo Madame de Lafayette o Emily Brontë non sentiamo dentro di noi la stessa intonazione. Ci sono dei canti che non hanno suono e che pure sono dei canti». Che importanza ha per lei la lettura? «La lettura è la passione della mia vita. Credo che mi sarei suicidato se fossi vissuto in una società senza scrittura. Senza che mi fosse data questa possibilità di appartarmi. Nella lettura si cessa di essere se stessi, di appartenere alla propria epoca, alla propria patria, di vivere in uno spazio e in un tempo definiti. È un'esperienza molto pericolosa e capisco assai bene che la gente non legga. La perdita di identità, l'oblio di sé generato dalla lettura ha a che fare tanto con l'estasi che con la devastazione. Quando si penetra in un altro pensiero o in un altro mondo si ha paura di uscirne diversi. E a ragione. In effetti ci si espone a delle metamorfosi totali, delle rivoluzioni, a delle implosioni psicologiche, a delle crisi religiose. Ci si trova confrontati all'utopia, alla solitudine, alla rivolta, all'aporia, al segreto, all'estraneità, all'ateismo, al dubbio, alla non società (perché la società non è un valore). E mentre le parlo mi rendo conto che sto facendo la lista dei valori messi al bando dalle maggioranze religiose o politiche». Possiamo dire che uno dei principi della sua scrittura sia proprio l'angoscia? «Ho impiegato molto tempo a capire che l'angoscia è un'eccellente maestra di vita. Soprattutto bisogna guardarsi dal prendere i medicinali che i medici ci prescrivono per rendere la giornata gradevole e la vita accomodante. Bisogna dirigersi dolcemente là dove l'angoscia teme di condurci. Le società attuali rimuovono i pensieri che generano turbamento ma, a mio avviso, si tratta di un terribile errore. Perché il pensiero difficile a pensare, penoso per chi lo pensa, è il solo che conduca a una grande gioia. Più passa il tempo e più sono convinto, checché ne dicano Sarkozy o Berlusconi, che la più meravigliosa delle cose che si trovano su questa terra, dietro alla lettura, dietro al pensiero, dietro alla libertà è lo studio».

BENEDETTA CRAVERI