Tra musica e parole: la nascita in Italia di un progetto editoriale intorno all’opera di Pascal Quignard | Rivista di Studi francesi, gennaio-aprile 2017, Angela Peduto

Rivista Studi Francesi n. 181Entre musique et paroles: la naissance en Italie d'un projet éditorial autour de l'oeuvre de Pascal Quignard.

L'intervento di Angela Peduto al convegno internazionale dedicato a Pascal Quignard tenuto a Verona nel febbraio 2016 è pubblicato in «Studi francesi», rivista quadrimestrale fondata da Franco Simone, n. 181, anno LXI, fascicolo I, gennaio-aprile 2017, Rosenberg & Sellier editori Torino, p. 118.

Il testo qui riprodotto è la versione italiana pre-print dell’intervento di Angela Peduto al convegno internazionale dedicato a Pascal Quignard. Si ringrazia la Dott.ssa Federica Simone e la redazione di «Studi Francesi», Via A. Doria 14, Torino, www.rosenbergesellier.it per la gentile concessione alla pubblicazione della versione italiana sul nostro sito.

Titolo originale: Entre musique et paroles: la naissance en Italie d'un projet éditorial autour de l'oeuvre de Pascal Quignard. Copyright © Rosenberg & Sellier 2017

Per questa traduzione: Copyright © Angela Peduto 2017

 

Vita e opere di un genio della musica nella penna lucida e appassionata di un saggista col dono della narrazione, tanto da far considerare queste pagine al celebre musicologo e studioso dell’universo shakespeariano, Eric Sams, “la migliore biografia musicale mai scritta”. In effetti Hugo Wolf. Una biografia di Frank Walker (pubblicata da Analogon e curata da Erik Battaglia, pianista, insegnante e autore egli stesso) è un magnifico viaggio in prosa di oltre quattrocento fitte pagine verso le altezze e dentro il mistero di un autore lirico almeno quanto i poeti che mise in musica. Personalità indecifrabile e poco incline alla diplomazia, decadente wanderer capace di estrarre autentica bellezza dal suo Tempo, ma non altrettanto scaltro da imporre la sua grandezza a una contemporaneità contro cui spesso si sentì in conflitto, Hugo Wolf (1860-1903) condusse una vita che potrebbe essere se stessa definita un’opera d’arte. Con il sostegno supplementare di numerose missive, il testo di Walker ci conduce dai primi anni d’infanzia del compositore a Windischgräz fino ai suoi drammatici ultimi giorni a Vienna. Passiamo le varie stanze della sua esistenza: la vita in famiglia con la musica come ordine del padre alla prole (Wolf fu quartogenito di otto figli), la passione fanatica per Beethoven da adolescente e quella successiva totalizzante per Wagner (un devoto e cieco timor sacro che lo portò prima a disprezzare e combattere con “mille furie in sen” tutto ciò che non rientrava nella comunità wagneriana dei valori, in primis Brahms, e poi a “maledire” con impeto lo stesso Dio in terra per aver occupato ogni spazio creativo non lasciando nulla di originale da scrivere a chi come lui), la parentesi quale inflessibile critico musicale per le colonne del Salonblatt, il complicato rapporto sentimentale con Melanie Köchert, il vivere Vienna come centro del pianeta, la scelta compositiva di dedicarsi quasi esclusivamente a un unico genere musicale. A Wolf giocò contro il suo stesso carattere contraddittorio e scelte artistiche che non gli permisero la visibilità che avrebbe meritato fuori dalle terre di lingua tedesca tanto i confini dei suoi lieder per voce e pianoforte restavano affacciati alle poetiche di Eichendorff, Mörike e Goethe o traducevano in tedesco antichi testi popolari italiani o spagnoli. Firmò anche composizioni corali (la cantata Christnacht ad esempio), sinfoniche (Penthesilaea e la Italienische Serenade, 1892) e da camera, ma il suo terreno d’elezione fu senza dubbio il lied. Restituì in musica la sensibilità letteraria dei testi lirici verso cui dimostrava impressionante capacità di identificarne il più intimo ritmo poetico in brevi linee melodiche. Giocava con le curve dell’animo umano passando con disinvoltura in un grappolo di battute dalla disperazione alla gioia, dalla pacata serenità all’impeto, dall’asprezza alla tenerezza creando testi dotati di una drammaticità tutta nuova. E se è vero, come si afferma da più parti, che i suoi lieder non godettero dell’immediatezza di quelli di Schubert o dello stile inconfondibile di Brahms, fu proprio perché cercò sempre di interpretare e non descrivere l’animo umano che riposava nelle pieghe delle liriche. La sua perizia armonica, i cambiamenti di tonalità, la combinazione degli accordi, la voce che contrappuntava l’accompagnamento pianistico rinascevano da zero, sempre dopo il suo essersi annullato nel profondo della singola composizione poetica da cui partiva. Noi lettori lo accompagniamo fino ai penosi anni che lo portarono alla fine del cammino. Lo squilibrio che si era aperto un passaggio nella sua coscienza rese necessario un primo ricovero in clinica poi, quando la precarietà mentale si trasformò in follia depressiva, il manicomio statale della Bassa Austria fu l’unica risposta possibile. Non prima di poter cogliere però l’ultima possibilità di splendore che il mondo gli seppe offrire: vedere per la prima volta il mare. A Trieste, con la sorella Käte e il grande amore Melanie (“una donna divina, eroica dalla testa ai piedi”, scriveva di lei) a osservare dal molo le onde in pieno incanto per ore e ore. Hugo Wolf si spense con sofferenza nel febbraio del 1903. Il Tempo si mise presto in opera come Gran Dottore perché la sua demoniaca forza di genio venisse conosciuta come vita spesa a presentare bellezza al genere umano e assicurargli, come scrive Walker, un “modesto posto tra gli immortali”. A Vienna, fu seppellito tra Beethoven e Schubert. E tanto per sfatare una volta l’adagio marxiano che vuole la storia ripetersi sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, pochi anni dopo Melanie Köchert si gettò dalla finestra della sua casa trovando la morte, in una tremenda anticipazione dell’identico gesto di Jeanne Hébuterne, impossibilitata a vivere senza il suo Amedeo Modigliani. Conclude il volume un potente corpus d’appendice con note bibliografiche aggiornate ai giorni nostri e la pubblicazione completa dei titoli di Wolf seguendo l’impianto originale del catalogo di Walker tra commenti sulle composizioni inedite, contestualizzazione dei frammenti, dettagli delle opere perdute e indicazione delle prime edizioni. - See more at: http://www.amadeusonline.net/speaker-corner/2017/hugo-wolf-una-biografia#sthash.uVEPg0np.dpuf

 
Non riesci a visualizzare il documento? Clicca qui

Entrò nella vita dell’italiano comune e alieno ai suoni barocchi scarni ed essenziali all’inizio dell’ultima decade del secolo scorso grazie un magnifico film firmato da Alain Corneau e recitato da un gigantesco Gérard Depardieu e da un altrettanto immenso Jean-Pierre Marielle.
Un testamento narrativo più che un romanzo. Un messaggero della letteratura più che un semplice scrittore. Tutte Le Mattine Del Mondo, scritto col sangue di Pascal Quignard e illustrante la parabola terrena di Monsieur de Sainte Colombe, carne e ossa umane che hanno vestito uno spirito e un talento che di umano hanno avuto ben poco.

Il testo oggi, dopo un’assenza dalle nostre librerie durata più di un decennio, viene riproposto da Analogon, benemerita casa editrice che piano piano sta offrendo ai lettori l’intero prezioso catalogo dell’autore normanno.
Oggi ritorna a noi Sainte Colombe, il più ricercato maestro di viola da gamba in terra francese nel XVII secolo, rivoluzionario dello strumento, a cui inserì una nuova corda di basso per dotarla di una voce più sotterranea e un’intonazione più struggente, colui che perfezionò la tecnica dell’archetto alleggerendo la pressione della mano che esercitò solo sui crini con l’indice e il medio grazie a un virtuosismo stupefacente.

Uomo spigoloso, severo nel dare un’educazione e una prearazione alle due figlie, di pochissime parole, refrattario a ogni offerta che Luigi XIV gli fece per averlo sul libro paga (il quale alla fine reagì con un bando che lo isolò in aeternum), il più misterioso dei musicisti del Creato suonò una vita intera in un capanno per continuare a tener viva l’immagine di sua moglie, dalla cui morte nella primavera del 1650 non trovò mai diversa forma di consolazione.
Perché a questo gli serviva suonare. A rincorrere i rimpianti, tuffarsi nelle lacrime e far breccia nella ferita del tempo e dello spazio che divide noi dai morti per dar loro la possibilità di un’ultima parola che distenda i nervi e scenda sull’anima dei viventi come un balsamo. 

Ebbe come allievo il celeberrimo Marin Marais, diventato, con suo orrore, maestro alla corte reale e gran parrucca all’Académie Royale de Musique. «Vivrete circondato di musica, ma non sarete musicista», gli vaticinò prima del riavvicinamento finale, per marcare la differenza tra chi vive per la musica e chi con la musica, anche se è imperituro il nostro debito nei confronti di Marais, non fosse altro per essersi disteso e accucciato infinite volte accanto a quel capanno per memorizzare quelle che definiva “le arie più belle del mondo”, il cui autore non volle mai stampare e men che meno farne edizioni da sottoporre al giudizio del pubblico. E fu anche così che gemme oscure come quelle contenute nella Tomba dei Rimpianti sono giunte a noi.

E ci poteva essere solo un narratore urticante come Quignard per mettere in fila una dopo l’altra le parole in grado di raccontarci cosa fu questo lenitivo musicista. Scrittura simenoniana per chirurgica perfezione stilistica e sobrietà espressiva, assenza di ogni effetto estetico, linguaggio che si fa servo di una massacrante idea di vita autoimposta e che trasferisce in lemmi gli scorticati fonemi  di pochi accordi che questo gigante della musica estraeva da uno strumento massiccio suonato anche per quindici ore al giorno e che venivano scambiati dai suoi allievi per voce umana entrata nella stanza della lezione o sospiri e singhiozzi provenienti dalle vicinanze.

Sono pagine di una bellezza antica quelle di Quignard, che esprimono una voce ancestrale quanto il suono che servono e il signore che li inventò. Piene di una ricchezza che ci appare a prima vista lontanissima, visto quanto leva senza apparentemente mai aggiungere. Ma, che per nostra fortuna, tutti i giorni del mondo, da oggi anche grazie a questo delicato volume, continuerà a presentarsi a noi. - See more at: http://www.amadeusonline.net/speaker-corner/2017/tutte-le-mattine-del-mondo#sthash.bSZSLyUn.dpuf