Analogon, dove la musica incontra la parola | 8th of May, aprile 2017 | Un'intervista di Corrado Ori Tanzi

8th of May«L’aver ridato luce a una gemma oscura letteraria come Tutte Le Mattine del Mondo di Pascal Quignard è stata l’imperdibile occasione per conoscere più da vicino questo ensamble musicale/editoriale frutto di un’intelligenza e di un coraggio fuori dal comune che ancora ci aiuta a sentirci orgogliosi di appartenere al ceppo italico del talento umano applicato all’arte e alla cultura.»

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8th of May, aprile 2017, Corrado Ori Tanzi

Vita e opere di un genio della musica nella penna lucida e appassionata di un saggista col dono della narrazione, tanto da far considerare queste pagine al celebre musicologo e studioso dell’universo shakespeariano, Eric Sams, “la migliore biografia musicale mai scritta”. In effetti Hugo Wolf. Una biografia di Frank Walker (pubblicata da Analogon e curata da Erik Battaglia, pianista, insegnante e autore egli stesso) è un magnifico viaggio in prosa di oltre quattrocento fitte pagine verso le altezze e dentro il mistero di un autore lirico almeno quanto i poeti che mise in musica. Personalità indecifrabile e poco incline alla diplomazia, decadente wanderer capace di estrarre autentica bellezza dal suo Tempo, ma non altrettanto scaltro da imporre la sua grandezza a una contemporaneità contro cui spesso si sentì in conflitto, Hugo Wolf (1860-1903) condusse una vita che potrebbe essere se stessa definita un’opera d’arte. Con il sostegno supplementare di numerose missive, il testo di Walker ci conduce dai primi anni d’infanzia del compositore a Windischgräz fino ai suoi drammatici ultimi giorni a Vienna. Passiamo le varie stanze della sua esistenza: la vita in famiglia con la musica come ordine del padre alla prole (Wolf fu quartogenito di otto figli), la passione fanatica per Beethoven da adolescente e quella successiva totalizzante per Wagner (un devoto e cieco timor sacro che lo portò prima a disprezzare e combattere con “mille furie in sen” tutto ciò che non rientrava nella comunità wagneriana dei valori, in primis Brahms, e poi a “maledire” con impeto lo stesso Dio in terra per aver occupato ogni spazio creativo non lasciando nulla di originale da scrivere a chi come lui), la parentesi quale inflessibile critico musicale per le colonne del Salonblatt, il complicato rapporto sentimentale con Melanie Köchert, il vivere Vienna come centro del pianeta, la scelta compositiva di dedicarsi quasi esclusivamente a un unico genere musicale. A Wolf giocò contro il suo stesso carattere contraddittorio e scelte artistiche che non gli permisero la visibilità che avrebbe meritato fuori dalle terre di lingua tedesca tanto i confini dei suoi lieder per voce e pianoforte restavano affacciati alle poetiche di Eichendorff, Mörike e Goethe o traducevano in tedesco antichi testi popolari italiani o spagnoli. Firmò anche composizioni corali (la cantata Christnacht ad esempio), sinfoniche (Penthesilaea e la Italienische Serenade, 1892) e da camera, ma il suo terreno d’elezione fu senza dubbio il lied. Restituì in musica la sensibilità letteraria dei testi lirici verso cui dimostrava impressionante capacità di identificarne il più intimo ritmo poetico in brevi linee melodiche. Giocava con le curve dell’animo umano passando con disinvoltura in un grappolo di battute dalla disperazione alla gioia, dalla pacata serenità all’impeto, dall’asprezza alla tenerezza creando testi dotati di una drammaticità tutta nuova. E se è vero, come si afferma da più parti, che i suoi lieder non godettero dell’immediatezza di quelli di Schubert o dello stile inconfondibile di Brahms, fu proprio perché cercò sempre di interpretare e non descrivere l’animo umano che riposava nelle pieghe delle liriche. La sua perizia armonica, i cambiamenti di tonalità, la combinazione degli accordi, la voce che contrappuntava l’accompagnamento pianistico rinascevano da zero, sempre dopo il suo essersi annullato nel profondo della singola composizione poetica da cui partiva. Noi lettori lo accompagniamo fino ai penosi anni che lo portarono alla fine del cammino. Lo squilibrio che si era aperto un passaggio nella sua coscienza rese necessario un primo ricovero in clinica poi, quando la precarietà mentale si trasformò in follia depressiva, il manicomio statale della Bassa Austria fu l’unica risposta possibile. Non prima di poter cogliere però l’ultima possibilità di splendore che il mondo gli seppe offrire: vedere per la prima volta il mare. A Trieste, con la sorella Käte e il grande amore Melanie (“una donna divina, eroica dalla testa ai piedi”, scriveva di lei) a osservare dal molo le onde in pieno incanto per ore e ore. Hugo Wolf si spense con sofferenza nel febbraio del 1903. Il Tempo si mise presto in opera come Gran Dottore perché la sua demoniaca forza di genio venisse conosciuta come vita spesa a presentare bellezza al genere umano e assicurargli, come scrive Walker, un “modesto posto tra gli immortali”. A Vienna, fu seppellito tra Beethoven e Schubert. E tanto per sfatare una volta l’adagio marxiano che vuole la storia ripetersi sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, pochi anni dopo Melanie Köchert si gettò dalla finestra della sua casa trovando la morte, in una tremenda anticipazione dell’identico gesto di Jeanne Hébuterne, impossibilitata a vivere senza il suo Amedeo Modigliani. Conclude il volume un potente corpus d’appendice con note bibliografiche aggiornate ai giorni nostri e la pubblicazione completa dei titoli di Wolf seguendo l’impianto originale del catalogo di Walker tra commenti sulle composizioni inedite, contestualizzazione dei frammenti, dettagli delle opere perdute e indicazione delle prime edizioni. - See more at: http://www.amadeusonline.net/speaker-corner/2017/hugo-wolf-una-biografia#sthash.uVEPg0np.dpuf

Per trovare un nome alla loro creatura sono ricorsi a una definizione di Susanne Langer e la hanno chiamata Analogon così per cristallizzare il punto d’incontro tra la parola e la musica. Questo dieci anni fa. Nel frattempo la casa editrice ha mosso le sue gambe e imparato a camminare nella selva editoriale del nostro Paese con le sue alte proposte in un’accezione ora puramente musicale (epicentro il Lied tedesco), ora storiografica, psicologica e letteraria.

Due teste, due cuori e quattro braccia in cabina di regia. concerto91 Valentina ValenteLei è Valentina Valente, soprano, studi di canto con il didatta Elio Battaglia e laurea in lingua e letteratura tedesca più un lungo curriculum che l’ha vista, tra l’altro, voce mozartiana in tre ruoli femminili ne Le Nozze di Figaro (Barbarina, Susanna e Contessa) poi ne Il Flauto Magico(Pamina) e quindi in Così Fan Tutte (Fiordiligi), interprete di Ksenija in un Boris Godunov di Musorgskij diretto da Claudio Abbado, tante arie da concerto, messe e Lieder ma, soprattutto (almeno per la fredda cronaca storica), prima italiana a dare corpo e voce alla Lulu di Alban Berg.

Lui invece è Erik Battaglia, figlio del baritono Elio Battaglia, pianista, compositore, insegnante e musicologo sul Lied tedesco, docente al conservatorio di Torino di musica vocale, concertista in prestigiose sale europee, autore di numerose registrazioni, erikbattagliauna vita dedicata al Lieder tanto da aver curato nel 1999 a Perugia l’esecuzione di tutti i Lieder di Richard Strauss e dal 2011 (un work in progress che continuerà fino al 2020) la prima esecuzione integrale in Italia dei Lieder di Schubert per l’Unione Musicale di Torino, e da  creare proprio con Valentina un duo che si è fatto apprezzare in vari festival europei.”

L’aver ridato luce a una gemma oscura letteraria come Tutte Le Mattine del Mondo di Pascal Quignard è stata l’imperdibile occasione per conoscere più da vicino questo ensamble musicale/editoriale frutto di un’intelligenza e di un coraggio fuori dal comune che ancora ci aiuta a sentirci orgogliosi di appartenere al ceppo italico del talento umano applicato all’arte e alla cultura.

Nel 2007 l’idea di costituire una casa editrice che divulgasse soprattutto la grande musica. A distanza di dieci anni, che spazio è riuscita a conquistarsi Analogon?

(Erik Battaglia) «In particolare, l’idea era di creare una casa editrice di riferimento in Italia con un catalogo importante sul Lied tedesco: i pochi libri su questo argomento pubblicati negli anni passati nel nostro paese erano privi di rapporto con la grande tradizione europea di studi sul Lied. Grandi complessità filosofiche o ingenuità da tesi triennale non costruiscono una vera bibliografia. Da questo punto di vista, Analogon si ritaglia il piccolo spazio che copre quel vuoto.»

Perché sceglieste questo nome che rimanda a un’entità riflessa o comunque simile di una fonte originale?cop-Libro-Lieder-isbn

(E.B.) «La casa è nata con l’intento iniziale di pubblicare l’opera omnia di Eric Sams in traduzione italiana, progetto quasi interamente realizzato. Quel grande studioso del Lied tedesco e di Shakespeare amava citare la definizione che Susanne Langer dava della musica: “Un analogon sonoro della vita emotiva”. Sams lo applicava soprattutto al momento d’incontro quasi “molecolare” tra parola e musica, per lui un gioco di parole era l’analogon di una modulazione enarmonica. Del resto, Sams era stato un crittografo nel famoso gruppo di lavoro di Alan Turing a Bletchley, Park. Era capace di decodificare istantaneamente musica, poesia e il loro composto. Partendo da questo presupposto, forte di una conoscenza musicale e letteraria praticamente senza limiti, Sams ha scritto i tre volumi monografici sul Lied (Schumann, Brahms, Wolf, nda) forse più necessari e illuminanti. Uno dei prossimi progetti, già in corso d’opera è la traduzione degli scritti di Dietrich Fischer-Dieskau, che ebbe il tempo di produrre circa 20 libri, oltre ad aver cambiato la storia del canto.»

Analogon si muove per le strade di un Paese che nella sua gran parte non legge o legge poco. I vostri titoli di e su musicisti e musicologi riguardano un’élite di lettori. Coraggio o incoscienza la vostra?

(E.B.) «Sì, forse una certa incoscienza, ma abbastanza realistica. Non ci possono essere grandi aspettative di mercato quando si pubblicano dieci libri su Hugo Wolf, però è bello sapere che quei libri ci sono. Certo, anche nelle famose nicchie bisogna fare i passi giusti, piccoli ma giusti.»

Dal vostro catalogo si comprende quanto siate sensibili al mondo tedesco. Da cosa o da chi nasce il vostro amore per il Lied e, in generale, la musica di quella terra?

concerto8-Valente-Battaglia(E.B.) «È una tradizione familiare e noi la portiamo avanti. Mio padre Elio Battaglia è stato il pioniere del Lied in Italia e al Lied tedesco ho dedicato l’intera mia attività di docente, pianista e studioso, e il duo con Valentina ne è stato il coronamento. E poi quello è un mondo che ne svela sempre altri, oppure che fornisce sempre nuove possibilità di esplorazione con il mutare del punto di vista. Parole e musica hanno confini sempre variabili e, a seconda del modo in cui le prime sconfinano nella seconda o viceversa, ci sono sempre nuove terre da conquistare.»

Musica e voci. Ma anche poesia, filosofia, antropologia e psicanalisi. Senza farne delle camere impermeabili, ma piuttosto cercando il momento o il motivo d’incontro tra questi mondi. Cosa ci dicono i vari intrecci che avete scoperto?

(Valentina Valente) «Da cosa nasce cosa. Le varie collane del nostro catalogo sono nate per così dire una dall’altra, una perla dopo l’altra: dagli scritti di Sams agli studi di uno dei suoi molti corrispondenti epistolari, lo psicoanalista Eliot Slater con i suoi studi su Schumann, Shakespeare e su compositori e patologie; agli altri libri esistenti su Hugo Wolf, scritto da Frank Walker, di Fischer-Dieskau, di Erik Battaglia sui Lieder giovanili, di Hermann Bahr. Si scopre poi che di quest’ultimo, giornalista e commediografo, non esiste quasi nulla in italiano. Ecco allora la collana Docudrama, dedicata al teatro con documenti, inaugurata proprio con un dramma, Il povero pazzo, e una commedia, Il concerto, di Bahr. L’idea di una collana dedicata a temi di filosofia, psicoanalisi, storia e antropologia (Il Sonno della ragione, nda) è nata proprio dall’interessantissimo saggio di Bahr Antisemitismo, che abbiamo appena pubblicato. Ci sono molti vantaggi nell’essere una casa editrice indipendente: la libertà di non dover rendere conto a nessuno delle nostre scelte editoriali, di poter pubblicare quello che desideriamo nel momento e nei modi che riteniamo opportuni. Inoltre, abbiamo trovato nel nostro cammino collaboratori eccezionali che un po’ ci somigliano, affinità elettive che rendono l’impresa editoriale anche un gioco amorevole e appassionante.»

Qualche anno fa l’incontro con Pascal Quignard, autore dalle scelte esistenziali dure e “molto poco social”, eufemismo che si appoggia su un termine tanto in voga oggi. Come avvenne l’incontro?tutte le mattine del mondo

(V.V.) «Nel 2014 Angela Peduto, psicoanalista e traduttrice, una delle anime gemelle del team, ci propose Bute, un piccolo libro di Quignard, naturalmente inedito in Italia: ci rendemmo conto che di questo straordinario autore non era più stato tradotto né pubblicato nulla in Italia da anni. Così decidemmo di non fermarci a un solo piccolo libro, ma di dedicargli un’intera collana, che chiamiammo Entelechia. Quignard, che ha sempre preferito le piccole case editrici alle grandi, ci diede da subito incondizionato sostegno, fiducia e amicizia, regalandoci addirittura un inedito, pubblicato da noi in prima assoluta in italiano e non in Francia. Ora nella nostra collana figurano già cinque “piccoli libri” di Quignard, e altri quattro seguiranno entro il 2018, tra cui l’inedito bellissimo romanzo Villa Amalia.

Che persona avete scoperto essere?PascalQuignard-Verona-febbraio2016

(V.V.) «Dopo brevi scambi epistolari che riguardavano perlopiù questioni traduttive, ho conosciuto personalmente Pascal Quignard l’anno scorso a Verona nell’ambito di un Convegno internazionale a lui dedicato, dove l’autore presentò anche un suo spettacolo in teatro e noi presentammo i suoi libri. Conoscerlo è stato come incontrare un vecchio amico, perché lui si presenta così: gentile, generoso, sorridente, semplice e sobrio. Il senso dell’amicizia per Quignard è molto forte, è anche un tema ricorrente nei suoi scritti. E siamo onorati e felici che ci consideri i suoi editori-amici italiani!»

Uno degli aspetti di questo scrittore che mi colpisce è che, nonostante parli di temi molto alti, le sue pagine sono di un’essenzialità narrativa così pura da poter raggiungere e toccare anche un’illetterata signora di una remota favela brasiliana. A lei cosa trasmettono le sue pagine?

(V.V.) «Il primo libro di Quignard che ho letto è stato Villa Amalia: la storia di una donna, una pianista, che a un certo punto della sua vita molla tutto, letteralmente tutto, vende tutto, e sparisce, cambia completamente la sua esistenza. Il prezzo, se è davvero un prezzo: la perdita di ogni ruolo sociale. Questo è un tema ricorrente di Quignard, e non solo nei suoi romanzi: mollare tutto, gli ormeggi, gli incarichi, i lavori, gli studi, i ruoli, una vita infelice o anche felice, e ricominciare daccapo, tuffarsi in un’altra vita sconosciuta. Non è questo un tema affascinante e una tentazione sempre presente in ogni essere umano del pianeta? Il tutto poi espresso in una forma apparentemente semplice. In realtà ogni sua scelta lessicale, sintattica e formale nasconde un complesso e coltissimo pensiero.»

Capitolo vil moneta: qual è il titolo che ha venduto di più in questa prima decade di Analogon?Sams -Il tema di Clara

(V.V.) «Difficile dirlo: a oggi forse Il tema di Clara di Eric Sams, il primo libro che abbiamo pubblicato nel 2007, tuttora molto richiesto, tanto che nel 2010 ne abbiamo fatto una seconda edizione. Tutti i libri di Eric Sams, nelle bellissime traduzioni di Erik, che ne conosce talmente lo stile zeppo di difficili e nascosti giochi linguistici da essere ormai quasi un alter ego di Sams, suo amico e mentore per tanti anni, in realtà sono i nostri best-seller, così come continuano a esserlo nei paesi anglosassoni. Ma anche il Libro dei Lieder. 1111 poesie tradotte off-line di Erik, uscito nel 2014, ha venduto tantissimo; e poi, in ordine, il manuale di canto di Lilli Lehmann, e ovviamente i romanzi di Pascal Quignard.»

E in generale, su quali numeri si attestano le vostre uscite?

(V.V.) «Abbiamo optato prudentemente per una tiratura iniziale ridotta, sulle 300 copie, ma in genere ristampiamo uguali quantità dopo qualche mese. In generale posso dire che le nostre tirature vanno dalle 300 alle 1.500 copie, che sono moltissime per la saggistica.»

Il sistema distributivo italiano e la presenza essenzialmente di “librerie catena” legate ai più celebri marchi editoriali vi penalizza?

(V.V.) «Certamente. Il sistema distributivo librario in Italia è affidato a due o tre grandi agenzie, legate ai grandi marchi editoriali, che hanno costi elevati, diciamo dal 50 al 65% sul prezzo di copertina, impossibili da sostenere per i piccoli editori indipendenti che hanno tirature limitate, nessun sostegno finanziario, che non possono permettersi un’agenzia di promozione, condizione richiesta per essere “accettati” da una agenzia di distribuzione. Finora nessuna regola o coordinamento nella filiera editoriale, una vera giungla di cannibali che impedisce, distrugge il libero mercato, la bibliodiversità; le librerie indipendenti chiudono, gli editori indipendenti, se non sono prudenti, pure. Tuttavia, negli ultimi anni, editori e librerie indipendenti si sono “ribellati” e hanno cominciato a dialogare tra loro, bypassando in un certo senso il problema distribuzione, dando il via a molte iniziative importanti: parlo di fiere dell’editoria indipendente come BookPride a Milano o PisaBookFestival o PiùLibriPiùLiberi a Roma, tanto per citarne alcune; di modi diversi e sostenibili di arrivare in libreria, come GoodBooks, Satellitelibri, Bookletnews ecc.; di associazioni di editori indipendenti come ODEI.»

Quale l’intervento più urgente nel sistema editoriale italiano?

(V.V.) «Più sostegni da parte delle istituzioni e più regole nel sistema distributivo, con un calmiere dei prezzi in linea con quelli europei.»

Leggi l'intervista completa su 8th of May

[Corrado Ori Tanzi]

Entrò nella vita dell’italiano comune e alieno ai suoni barocchi scarni ed essenziali all’inizio dell’ultima decade del secolo scorso grazie un magnifico film firmato da Alain Corneau e recitato da un gigantesco Gérard Depardieu e da un altrettanto immenso Jean-Pierre Marielle.
Un testamento narrativo più che un romanzo. Un messaggero della letteratura più che un semplice scrittore. Tutte Le Mattine Del Mondo, scritto col sangue di Pascal Quignard e illustrante la parabola terrena di Monsieur de Sainte Colombe, carne e ossa umane che hanno vestito uno spirito e un talento che di umano hanno avuto ben poco.

Il testo oggi, dopo un’assenza dalle nostre librerie durata più di un decennio, viene riproposto da Analogon, benemerita casa editrice che piano piano sta offrendo ai lettori l’intero prezioso catalogo dell’autore normanno.
Oggi ritorna a noi Sainte Colombe, il più ricercato maestro di viola da gamba in terra francese nel XVII secolo, rivoluzionario dello strumento, a cui inserì una nuova corda di basso per dotarla di una voce più sotterranea e un’intonazione più struggente, colui che perfezionò la tecnica dell’archetto alleggerendo la pressione della mano che esercitò solo sui crini con l’indice e il medio grazie a un virtuosismo stupefacente.

Uomo spigoloso, severo nel dare un’educazione e una prearazione alle due figlie, di pochissime parole, refrattario a ogni offerta che Luigi XIV gli fece per averlo sul libro paga (il quale alla fine reagì con un bando che lo isolò in aeternum), il più misterioso dei musicisti del Creato suonò una vita intera in un capanno per continuare a tener viva l’immagine di sua moglie, dalla cui morte nella primavera del 1650 non trovò mai diversa forma di consolazione.
Perché a questo gli serviva suonare. A rincorrere i rimpianti, tuffarsi nelle lacrime e far breccia nella ferita del tempo e dello spazio che divide noi dai morti per dar loro la possibilità di un’ultima parola che distenda i nervi e scenda sull’anima dei viventi come un balsamo. 

Ebbe come allievo il celeberrimo Marin Marais, diventato, con suo orrore, maestro alla corte reale e gran parrucca all’Académie Royale de Musique. «Vivrete circondato di musica, ma non sarete musicista», gli vaticinò prima del riavvicinamento finale, per marcare la differenza tra chi vive per la musica e chi con la musica, anche se è imperituro il nostro debito nei confronti di Marais, non fosse altro per essersi disteso e accucciato infinite volte accanto a quel capanno per memorizzare quelle che definiva “le arie più belle del mondo”, il cui autore non volle mai stampare e men che meno farne edizioni da sottoporre al giudizio del pubblico. E fu anche così che gemme oscure come quelle contenute nella Tomba dei Rimpianti sono giunte a noi.

E ci poteva essere solo un narratore urticante come Quignard per mettere in fila una dopo l’altra le parole in grado di raccontarci cosa fu questo lenitivo musicista. Scrittura simenoniana per chirurgica perfezione stilistica e sobrietà espressiva, assenza di ogni effetto estetico, linguaggio che si fa servo di una massacrante idea di vita autoimposta e che trasferisce in lemmi gli scorticati fonemi  di pochi accordi che questo gigante della musica estraeva da uno strumento massiccio suonato anche per quindici ore al giorno e che venivano scambiati dai suoi allievi per voce umana entrata nella stanza della lezione o sospiri e singhiozzi provenienti dalle vicinanze.

Sono pagine di una bellezza antica quelle di Quignard, che esprimono una voce ancestrale quanto il suono che servono e il signore che li inventò. Piene di una ricchezza che ci appare a prima vista lontanissima, visto quanto leva senza apparentemente mai aggiungere. Ma, che per nostra fortuna, tutti i giorni del mondo, da oggi anche grazie a questo delicato volume, continuerà a presentarsi a noi. - See more at: http://www.amadeusonline.net/speaker-corner/2017/tutte-le-mattine-del-mondo#sthash.bSZSLyUn.dpuf