Sul morbo cinese non cala il sipario | Aboutpharma blog (S. Di Marzio, 3 maggio 2021)


Frans Masereel Il mal bianco«Dal passato si può e si deve imparare. Per farlo si può iniziare dalla lettura di un'opera teatrale di Karel Čapek del 1937 appena trasposta in italiano, "Il mal bianco". Gli intrecci narrativi si svolgono sullo sfondo di una pandemia che ripropone dinamiche estremamente attuali.»

Editoriale del numero 188 del magazine ABOUTPHARMA online.

Di Stefano Di Marzio

 

C’è tutto, non manca niente, giusto i “no vax” ma meglio così. Il morbo misterioso che arriva dalla Cina (sic!) e uccide persone dai quarant’anni in su; le pulsioni irrazionali di un popolo terrorizzato e inebetito; il medico accademico arrogante, sodale con il potere e prono al dio denaro e quello scamiciato che aiuta gratis la povera gente; il giornalista sprovveduto e balbettante; un governo dispotico che subordina la salute pubblica al progresso economico e alla propria egemonia sul resto del mondo.

Il mal bianco

No, non è la cronaca di quest’anno e mezzo e forse del tempo a venire ma la trama di una pièce teatrale scritta nel 1937 dallo scrittore ceco Karel Čapek (1890-1938) appena trasposta in italiano nel libro “Il mal bianco” (ed. Analogon). L’ha scovata e tradotta Luca Sanfilippo, bibliofilo, lettore instancabile, appassionato di teatro nonché esperto giurista e caro amico.

Nulla a che vedere con “Cecità” di Saramago e meno ancora con “Spillover” di Quammen, libri diversissimi, rispolverati e andati a ruba in costanza di pandemia. No, “Il mal bianco” realizza un vero e proprio gioco di specchi rispetto ad azioni, reazioni, dialoghi e realtà dei giorni nostri, reso ancora più inquietante dalle evocative xilografie del pittore belga Frans Masereel che corredano la bella grafica. La paura, l’egoismo, le asimmetrie e le gelosie professionali zampillano continuamente, affermando e demolendo allo stesso tempo quella posizione ippocratica oggi come ieri celebrata o fatta a pezzi a seconda di circostanze, alleanze e convenienze. E l’informazione? Solo un timido tentativo che però non aiuta la gente a vederci chiaro, a distinguere il vero dal falso, a bilanciare i poteri dello Stato e possibilmente a ribaltare un regime che inevitabilmente conduce verso l’abisso quando rinuncia a tutelare il Bene (l’aggettivo “pubblico” è superfluo).

Un visionario? Forse. Karel Čapek era di certo figlio del suo tempo. Verosimilmente aveva toccato con mano gli orrori della “febbre spagnola” ed era testimone dell’ascesa del Nazismo, delle abominevoli ossessioni di Hitler (e non solo) in tema di biopotere, difesa della razza e sterilizzazione della società che piegavano a sé le teorie del darwinismo sociale di Herbert Spencer. La rielaborazione dell’artista Čapek, umanista e pacifista convinto, fece il resto.

Lezioni da imparare

Dopo simili letture è scontato dire che occorre sempre imparare dal passato. Sarebbe bello piuttosto – a teatri finalmente aperti – rappresentare un’opera che mettesse in scena tutti gli errori, i vizi e le ipocrisie, dei singoli cittadini come quelli dell’establishment, rispetto a una crisi sanitaria di grande portata, per poterli meglio capire grazie al giusto distacco garantito da palcoscenico e sipario.

Il rischio “calcolato”

A proposito di analogie, nei dialoghi tra scienza e potere che innervano “Il mal bianco” si tollerano i morti causati dell’epidemia perché a volerli evitare si dovrebbe rinunciare – per motivi che non è giusto svelare qui – alla manovra cui sempre si ricorre per salvare le economie, la guerra, non importa con quali mezzi combattuta. Certo, oggi e a queste latitudini, non si assiste al clangore delle armi. Ma ottant’anni dopo fa uno strano effetto sapere di assessori che annacquano le statistiche dei decessi pur di scolorare una Regione e dare ossigeno alle botteghe, come pure ascoltare un leader che parla di “rischio calcolato”. E qual è ‘sto rischio? Qualcuno sa dire quanti sono i morti che possiamo permetterci? Qualcuno conosce i loro nomi?

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