Uno studioso scomodo: una colta disquisizione e teorie anticonformiste su Amleto e altri drammi (Bottega Scriptamanent, dic. 2010, G. Colombero)

bottega scriptamenantDa Analogon Edizioni un saggio su Shakespeare e le sue opere che demistifica diversi luoghi comuni sul grande drammaturgo.

Tabù or not tabù? La genesi di Amleto e altri saggi su Shakesperare (Analogon edizioni, pp. 324, € 22,00), pubblicato nel 2010, è il quinto volume della prestigiosa collana Le opere di Eric Sams – a cura di Erik Battaglia e di Valentina Valente – interamente dedicata all’autore londinese. Il testo include una parte iniziale dedicata ad Hamlet (la questione della datazione e della paternità del testo, in primis, e poi alcuni scorci di esegesi linguistica), una seconda sezione su Shakespeare più in generale e infine alcuni articoli sulla tragedia Edmund Ironside.

Si tratta quindi di uno degli studi più rigorosi e dettagliati sulla figura e su alcune opere (in particolare su una delle più celebri, Amleto, nota anche al grosso pubblico cinematografico e televisivo di tutta Europa grazie alle trasposizioni visive di Laurence Olivier e Kenneth Branagh).

La collana di cui fa parte comprende altri sei volumi: Il tema di Clara. I codici cifrati, i Lieder, la malattia e altri saggi su Schumann; Variazioni con Enigma svelato. Saggi su Elgar, Schubert e sul confine tra musica e letteratura; Introduzione ai Lieder di Brahms; Hugo Wolf. Introduzione alla vita e alle opere; I Lieder di Robert Schumann; Robert Schumann - Jean Paul: Papillons op. 2. Sono in preparazione altre tre monografie: I Lieder di Hugo Wolf, Musica e codici cifrati e altri saggi sulla crittografia musicale, Hanslick, l’opera e lo scimpanzé danzante. Il progetto editoriale comprende in tutto 15 volumi.

Eric Sams, nato a Londra nel 1926 e scomparso nel 2004, fu uno dei massimi esperti mondiali di crittologia musicale: negli anni ’60, fu lui a risolvere l’enigma dei codici cifrati di Schumann, annidati nel celebre Tema di Clara, un motivo di cinque note dedicato dal musicista alla moglie amatissima, e ossessivamente riproposto in successivi componimenti.

Dal 1980 Sams diede avvio al suo ciclo di studi letterari su Shakespeare, e ne scaturirono una biografia dei primi anni del tragediografo (The Real Shakespeare. Retrieving the Early Years, 1564-1594, Yale university press, 1995) nonché due edizioni di opere ripudiate dalla tradizione ufficiale e che Sams invece attribuisce a Shakespeare (Shakespeare’s Edmund Ironside. The lost play, Fourth Estate, 1985 e Shakespeare’s Edward III. The early play restored to the canon, Yale university press, 1996). Amico di intellettuali anticonformisti come Anthony Burgess (l’autore del romanzo A clockwork Orange, che ispirò Stanley Kubrick per Arancia meccanica), Sams fu acerrimo antagonista degli ambienti accademici che si estenuavano a reinventare presunte nuove identità di Shakespeare (per lui l’unico Bardo storico era quello di Stratford).

Eric Sams è «una figura straordinaria, anomala, eccentrica, di studioso di due diversi campi, la musica e Shakespeare, su cui si esercita con l’acribia del paleografo, calligrafo, crittografo, linguista, filologo e critico», scrive nella prefazione al volume Alessandro Serpieri, eminente anglista dell’Università di Firenze, «sottoponendo ogni testo alla lente del detective indiziario capace di rivelare e svelare segreti testuali nelle varie redazioni e circostanze compositive. La sua inesauribile curiosità ne fa […] una voce stimata e tuttavia molto controversa, estranea a quella industria accademica che non esita ad attaccare spesso con virulenza».

Sulle tracce di Amleto, personaggio in cerca d’autore

Delle cinque versione di Hamlet, la più controversa (datata 1589) è quella conosciuta come Ur-Hamlet. Secondo Sams, un «inestirpabile pregiudizio accademico» crea un primo tabù: Shakespeare non può aver scritto questa versione perché era troppo giovane (venticinque anni all’epoca). Sono considerati del tutto irrilevanti dai fautori di questo tabù tre indizi che potrebbero invece far ritenere il contrario: il migliore amico di Shakespeare a Stratford si chiamava Hamlet Sadler, e l’unico figlio maschio del Bardo, nato nel 1585 (e morto precocemente all’età di undici anni) fu battezzato con il nome di Hamlet. Inoltre, gli archivi di Stratford-on-Avon riportano un’inchiesta sull’annegamento di una certa Katherine Hamlett, morta in circostanze identiche a quelle dell’Ofelia della tragedia. Secondo Edgar I. Fripp, riporta Sams, «la storia di Ofelia, non possiamo dubitarne, fu modellata sulle memorie giovanili che il poeta serbava di quell’incidente e della relativa inchiesta, con l’ulteriore ipotesi che probabilmente il quindicenne Shakespeare lavorava allora come impiegato di uno studio legale».

Quanto poi alla teoria della presunta ricostruzione mnemonica (la tragedia di Amleto come trascrizione di una rappresentazione teatrale) Sams la smantella con velenoso sarcasmo: «La fortuna di queste teorie è che esse non necessitano di prove oggettive, altrimenti il minimo movimento del Rasoio di Occam le avrebbe tagliate via, decenni fa. Invece, il principio di parsimonia è stato avventatamente rimpiazzato dal principio di prodigalità, alla congettura letteraria si dà titolo a dettare i fatti storici. Soprattutto bisogna obbedire ai tabù del pubblico consenso». In definitiva, «tutto questo terreno, stabile e fertile, è stato a lungo recintato da rigidi tabù ufficiali. È tempo di ristabilire il diritto di passaggio su strade che, attraverso la serie di Hamlet successivi, ci riconducono nel vero mondo di Shakespeare».

Un sentiero per ricostruire l’apprendistato di Shakespeare

Contrapponendo lo Shakespeare di Stratford a quello di Oxford (del William Shakespeare: The Complete Works, Oxford university press, 1986, a cura di Gary Taylor e Stanley Wells), Sams afferma che il Bardo «fu ritirato dalla scuola a circa dodici anni per aiutare il padre nel commercio di famiglia, diventando così un macellaio e un bracconiere. […] La differenza più lampante è che il pretendente di Stratford offre un intero dossier di documenti identificativo, mentre il suo rivale di Oxford non ne ha quasi alcuno. Io vorrei raccomandare un ritorno allo Shakespeare tradizionale, il ragazzo di campagna poco istruito che solo gradualmente passò dall’apprendistato alla maestria». Secondo Sams, gli esegeti oxfordiani hanno tentato di spodestare il «garzone di macellaio di Stratford» ipotizzando la figura del «ragazzo istruito di Oxford». «Questo neo-baconismo», sottolinea lo studioso, «aggiunge snobismo letterario a quello sociale. Se un pover’uomo poteva arrivare a scrivere grandi opere, allora un grand’uomo poteva aver scritto opere modeste».

La polemica mordace di Sams dissemina battute al vetriolo lungo l’itinerario paludato degli accademici: riguardo al mito della ricostruzione mnemonica, osserva come uno dei suoi principali sostenitori, Peter Alexander, farnetichi su «attori rammemoranti che avrebbero dimenticato il titolo, il luogo, i personaggi e quasi ogni verso del dramma di Shakespeare nel quale si presume abbiano recitato». E ancora soggiunge: «Shakespeare è un soggetto troppo serio per lasciarlo agli editori». Secondo Sams, «gli editori di Oxford Gary Taylor e Stanley Wells hanno passato sette anni a disintegrare Shakespeare e a distribuire i pezzi fra “pirati” e “collaboratori”» e, sotto il profilo della datazione delle tragedie, i metodi di Oxford «non solo sono incompatibili fra di loro, ma dimostrabilmente sbagliati».

Particolarmente suggestiva la disamina di Sams sul dibattito attorno al personaggio di Falstaff (immortalato da Orson Welles nel suo capolavoro cinematografico del 1966, Campanadas de medianoche), identificato con Sir John Oldcastle, compagno canaglia del futuro re Enrico IV e storicamente accostato alla figura di Lord Cobham, bruciato come eretico sul rogo nel 1417 dopo la fallita insurrezione del movimento cristiano riformatore dei lollardi. Shakespeare, che secondo alcuni storici era un “papista” (legato alle comunità cattoliche del Lancashire), avrebbe volutamente messo in ridicolo la figura del martire protestante presentandolo come un manigoldo venale e ubriacone.

Edmund Ironside, la controversia sul manoscritto anonimo

Nel 1954 lo studioso americano E. B. Everittaveva attribuito a Shakespeare la paternità della tragedia Edmund Ironside, sostenendo che si trattava di una sua opera giovanile. Gli accademici inglesi come Ribner e Schoenbaum gli saltarono subito addosso, negando categoricamente che quel dramma potesse portare la firma del Bardo. Ma sulla base di quali argomenti? Praticamente nessuno. Anzi, si sorvolava sul fatto che il manoscritto appartenesse alla famiglia Cartwright, notoriamente vicina al teatro shakesperiano, che aveva messo in scena Titus Andronicus nel 1594, la cui trama, basata su una feroce lotta di potere, presenta non poche affinità con quella di Edmund Ironside: «in Ironside (proprio come in Titus) alle vittime vengono “rescissi” gli “ornamenti” sulla scena. In risposta alla leale richiesta della pena di morte, che si suppone più severa, Canuto spiega gelidamente che la mutilazione è peggio». Conclude Sams che «o Shakespeare scrisse Ironside o continuò a plagiarlo inconsciamente per tutta la vita». A riprova di quanto sostiene, lo studioso sottolinea come «nell’arazzo dell’azione drammatica, che include un assedio di Londra e un’invasione via mare, l’autore ricama anche i suoi anacronistici riferimenti all’attualità Tudor: potenze straniere, conflitti civili, la malversazione di fondi per le paghe e l’equipaggiamento dei soldati, una quinta colonna, la minaccia della Spagna».

Secondo lo scrittore Anthony Burgess, noto estimatore di Sams, del quale il volume riporta in chiusura l’articolo intitolato Cygnet of Avon, «Edmund Ironside non ha mai goduto di grande notorietà. Scritto all’epoca della controversia di Marprelate – disputa avvenuta nel periodo 1588-1590 fra alcuni libellisti puritani e la chiesa anglicana appoggiata dalla regina Elisabetta, che terminò con la condanna dei dissidenti [N.d.a.] – quando era pericoloso portare sulla scena l’arcivescovo di Canterbury (come fa appunto questo dramma, e vieppiù all’inizio), fu probabilmente messo all’indice». Nella postfazione al volume, l’anglista newyorkese Francis J. Sypher stila un bilancio finale sull’importanza delle ricerche di Sams: «l’essenza della complessiva posizione di Sams è che il problema principale negli studi su Shakespeare (e invero in tutti gli studi storici e letterari) non riguarda, in ultima analisi, quali siano le teorie meglio pubblicizzate e più universalmente accettate, ma quali teorie siano meglio supportate da argomenti razionali e prove storiche».

(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n. 40, dicembre 2010)


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